Un altro centenario: Ernesto de Martino

PIETRO ANGELINI, Ernesto de Martino, Carocci, Roma 2008. Pp. 168 (con indice).

Ernesto de Martino (Napoli 1908–Roma 1965) nacque cento anni fa e fu quindi coetaneo di Arnaldo Momigliano (Caraglio1908 – Londra1987) e quasi coetaneo di Mircea Eliade (Bucarest 1907–Chicago 1986), due tra gli storici-pensatori in assoluto più importanti del Novecento, i cui cammini intellettuali si intrecciarono col suo, in vita e in morte. A differenza di Momigliano, che sembra difficile definire uno storico delle religioni nonostante la recente incoronazione da parte di G. G. Stroumsa, De Martino si sentì e fu storico delle religioni, anche se in quasi tutta la sua opera – a parere dello scrivente – la dimensione storica è spesso latitante (una caratteristica che lo apparenta ad Eliade, insieme ad altre analogie nel percorso politico: da forme di fascismo mistico-romantico EdM traghettò verso un socialismo utopico-critico, mentre Eliade veleggiò verso un liberalismo ancor più utopico-critico, e nella forma di scrittura saggistica, affascinante anche – se non soprattutto – per i non addetti ai lavori). E’ degno di riflessione il fatto che sia EdM sia Momigliano hanno lasciato cospicue tracce scritte della loro partecipazione al coro delirante della mistica fascista (e nessuno di loro ha poi recitato alcun genere di mea culpa), ma solo le pagine – poche decine – scritte dal Romeno sono state estrapolate e strapazzate per essere offerte in pasto alla pubblica indignazione (i motivi di questo squilibrio storiografico sono facilmente intuibili per chi conosce i condizionamenti dell’arte).

A Pietro Angelini si devono già pubblicazioni di documenti fondamentali su de Martino (1977; 1990; 2007) e, oltre a vari saggi importanti, la voce essenziale „De Martino, Ernesto”, in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, Detroit 2005, 2266-2268. Dopo le tante monografie sul Nostro (che illustrano, forse, più le istanze degli autori – tutti con una pronunciata opzione storico-ideologica – che le istanze di de Martino), di S. Giusti (1974), P. e M. Cherchi (1987/1994), Lanternari (1997), S. Mancini (1999), R. Di Donato (1999), G. Sasso (2001), nonché gli innumerevoli atti congressuali (altri se ne annunciano e forse a dicembre assisteremo alle esternazioni di sedicenti esperti sulla stampa periodica), la nuova opera di Angelini ci appare come quella criticamente più fondata e storiograficamente più necessaria.

In I. Le due guerre („Storicismo eroico” e la „La persona magica”) si ricostruisce lo sfondo da cui sorse il „libro-squilla” Naturalismo e storicismo nell’etnologia (1940-41) e le reazioni che provocò: i commilitoni di area crociana, i filosofi curiosi del „selvaggio”, l’etnologia viennese-vaticana, Pettazzoni. E poi la genesi de Il mondo magico (1948), attraverso i vagabondaggi sciamanici e l’adesione alla Società di Metapsichica, e gli attacchi di Croce e i contrattacchi e le resipiscenze di de Martino. In II. Gli anni del sole a picco(„La civiltà contadina” e „Il folklore progressivo”) si delinea il camino che portò (fortunosamente) il filosofo napoletano a volgere lo sguardo dai cacciatori siberiani ai contadini lucani: l’incontro quindi con la categoria gramsciana del „subalterno” e le spedizioni al di là di Eboli con Heidegger in saccoccia (crisi, angoscia, riscatto), in cameratesca competizione con un’altra bandiera del folklore progressivo, il sindaco-poeta-contadino Rocco Scotellaro. III. Dal campo il libro („Una spedizione etnologica”, Magia lucana, Sud e magia) vede EdM confrontarsi con la grande editoria, il grande cinema e i mezzi di comunicazione di massa di allora: fotografia, magnetofonia, radiofonia. Sud e magia (1959) – insieme ai capitoli folklorici di Morte e pianto rituale (1958) che Angelini qui non ha potuto analizzare – è il frutto maturo di tutto quel lavorio concettuale e manuale. E qui l’autore tratteggia con felice scelta di documenti e acute riflesioni il conflitto in EdM tra nostalgia-contemplazione romantica e ripulsa illuministica di fronte alle pratiche della magia contadina, nonché il suo complesso atteggiamento di fronte al ruolo della Chiesa cattolica (terza via di un „anti-anti-cattolicesimo: che però gli studiosi di parte cattolica leggono come anti-cattolicesimo tout-court). In IV. Gli ultimi tempi („Verso La fine del mondo„, „L’alienazione e la riconquista del bene-tempo”) si assiste alla sterzata a ritroso dal folklore progressivo all’ontologia filosofica. La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (1977) è una collezione di smaglianti frammenti critici su atteggiamenti più o meno patologici della psiche individuale coniugata in senso più o meno religioso (alienazione, perdita del centro, destorificazione, tempo lineare e tempo ciclico, simbolismi, crisi e dicotomie tra l’individuale e il culturale), in serrato dibattito con personaggi come R. Bultmann, G. van der Leuuw, M. Eliade (esponenti illustri certo dell’ermeneutica e della fenomenologia, ma cacciati dal dibattito vivo nelle scienze religiose da almeno un trentennio: a torto secondo lo scrivente, ma habent sua fata libelli). Un’opera su temi che poco o nulla hanno a che fare con gli aspetti sociali delle religioni e i metodi delle scienze sociali – gli unici privilegiati dalla storiografia religiosa oggi dominante – e che, naturalmente, mandò in delirio gli intellettuali all’epoca della postuma pubblicazione, ma, altrettanto naturalmente, lasciò molto freddi gli specialisti (da P.C. Bori ad A. di Nola).

La „Nota biobibliografica” è una vera enciclopedia di studi demartiniani, che mette chiaramente in evidenza il multilateralismo del personaggio nella multidisciplinarità degli autori e degli approcci: sono presenti i nomi di punta della storiografia etico-politica, religiosa, letteraria, artistica; della demologia ed etnologia; della sociologia, della psicologia e della filosofia. Sono assenti in questa panoramica voci critiche, tra cui quelle di uno storico delle religioni (Ugo Bianchi), di uno storico delle istituzioni politico-religiose (Gabriele De Rosa), di una antropologa (Cecilia Gatto Trocchi) che avrebbero forse intaccato la discordia concors della polifonia. Ma nessuna bibliografia sarà mai completa, e ognuna implica una scelta di campo storiografica. MdM è stato un grande intellettuale italiano di dimensione sud-europea (anche se assolutamente privo di recezione nel pantheon storiografico mondiale che ha l’inglese come medium quasi esclusivo, nei quali è stato invece accolto trionfalmente il più pragmatico Antonio Gramsci); il suo ruolo viceversa nello studio storico-critico delle religioni appare assai controverso. A riguardo lo scrivente non può che rimandare alla voce „Historiography: Further Considerations”, in L. Jones (ed.), Encyclopedia of Religion, Detroit 2005, 4046: „Ernesto De Martino (1908-1965), … being the pupil of the ultra-historicist Adolfo Omodeo (1889-1946), tried to integrate the results of various disciplines and approaches (Croce’s absolute historicism, Antonio Gramsci’s new science of folklore, psychoanalysis, existentialist philosophy, ethnopsychiatry) into a sort of metahistory labeled as ‘reformed’ or ‘historical’ ethnology and based on a method of ‘differentiating comparison’ and ‘critical ethnocentrism’. De Martino’s definition of religion as a means of overcoming the crisis of presence is a synthesis of materialism and psychologism in a Heidegerrian frame of reference. This overtly hermeneutical presupposition based on a biased selection of historical data makes his production particularly seductive for some anthropologists and historians but invalidates seriously the explanatory value of his scientific project.”

Nel giudizio concorsuale del 1958, che avrebbe visto EdM secondo nella terna „per professore straordinario alla cattedra di storia delle religioni dell’Università di Roma”, R. Pettazzoni scriveva: „Nonostante le residue e non ancora risolte aporie nel pensiero di De Martino, il suo presenzialismo merita attenta considerazione come un ulteriore passo (dopo quello dell’Omodeo e in senso divergente) verso il superamento di una posizione teoretica sistematicamente aliena dal riconoscere la religione come valore autonomo. Il proposito di potenziare gli studi religiosi al contatto vivificante del pensiero critico e delle moderne correnti speculative è da apprezzare come un apporto a quel non ancora raggiunto equilibrio fra filosofia e filologia, che può essere assunto come meta ideale per l’avvenire della storiografia religiosa. Sul piano tecnico si sarebbe desiderato, nei lavori del De Martino, una maggiore acribia ed una più piena padronanza di alcuni strumenti della ricerca storiografica”. Dopo cinquanta anni – e a cento dalla nascita del Nostro – giudizio e preoccupazioni ci sembrano ancora attuali.

Giovanni Casadio

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